blocchi mentali del terzo tipo

era un po’ che non andavo a far blocchi di plastica in palestra. alcuni mesi, anzi, parecchi mesi. sarà da febbraio o gennaio credo.
oggi sono ritornato al bside. mi sentivo un po’ un estraneo, un po’ un vecchio affezionato che torna in un posto dove andava anni prima e lo guarda da molto distante; un po’ come il protagonista pavesiano de la luna e i falò.

Per alcuni versi è stato abbastanza un trauma, ma poteva andare peggio.

nella mia storia arrampicatoria devo dire che ci ho messo parecchio a interiorizzare la filosofia delle palestre di plastica.

all’inizio inizio non ci pensavo, ci andavo e basta. andavamo con peter al manopiede, eravamo alle prime armi, non avevamo idea di cosa fossero l’alpinismo o le montagne, nè, tantomeno, di che mondo potesse ruotare intorno a tutto ciò.

col passare del tempo ho iniziato ad andare in montagna, a districarmi tra le varie sfaccettature di quella che sembrava una disciplina come tante, ma che ai miei occhi era, ed è, unica e meravigliosa. e vedendo posti diversi, montagne e falesie, vallate e angoli nascosti, ho iniziato ad interrogarmi e a ragionare, cercare il senso di quello che facevo, sull’apparentemente insensato faticare per raggiungere cime, di montagne o di paretine di fondovalle. E nel mio filosofeggiare ingenuo, faticavo a comprendere come fosse possibile che, a tanta bellezza, la gente potesse preferire quelle scatole chiuse e polverose, con le pareti ruvide e i numerini sulle prese. non era proprio un averle in fastidio quanto, piuttosto, un non riuscire a comprenderle. soprattutto perchè vi vedevo un mondo talmente distante da quello a me noto e caro della roccia vera, delle montagne, della natura con profumi e colori, che non riuscivo davvero a paragonare le due cose. eppure, dal mio punto di vista, mi sembrava che la gente fosse lì per la stessa ragione per la quale io andavo in montagna. per fare le stesse cose che si facevano fuori, come se la plastica non fosse che una delle varie alternative che aveva un arrampicatore, e la sua comodità la faceva vincere.

E allora, vuoi per una predisposizione all’ostilità verso le scelte di comodo, vuoi per questa incapacità di lettura, mi è successo di aver avuto una sorta di rigetto per la plastica, e per un bel periodo mi sono ostinatamente rigiutato di andarci: frequentarle voleva dire per me andare in quella che ai miei occhi sembrava una gabbia di matti. Matti che non riuscivano a uscire dalla schavitù della comodità e preferivano quel posto, vicino all’auto e all’asciutto, alla meraviglia di stare all’aperto, magari in alcuni angolini delle nostre montagne dove sei immerso nella natura e non c’è di meglio che essere lì a fare la cosa più bella del mondo, che per me era scalare. il risultato era che ne uscivo sempre deluso, pieno di dubbi e col morale sotto i piedi.
a ciò si aggiunga che la mia attitudine alla scalata su plastica era, e parzialmente è, parecchio negativa: la mia motivazione per chiudere i tiri di plastica è sottozero, e se vedo un piede viscido mi appendo: non vedo ragione per cui dovrei rischiare di cadere, magari grattandomi una gamba sulle ruvide pareti di una palestra.

viste le premesse, ero tuttavia, progressivamente e non senza fatica, riuscito a superare il mio blocco mentale. Andare a vivere in città e frequentare ambienti differenti, come le varie realtà arrampicatorie cittadine, mi aveva aiutato molto nel cambiare la mia visione delle cose e farmi un’idea più ampia e complessa della situazione. in particolare ero riuscito ad accorgermi dell’errore di lettura che commettevo: quello di pensare che la gente scalasse in palestra per scelta, che davvero desiderasse essere in quel posto, piuttosto che altrove. Ma proprio interrogandomi su come mai io fossi finito di nuovo in quegli ambienti, la risposta era lapalissiana: se ero finito lì, vi ero a causa di forzanti esterne! se avessi potuto scegliere sarei sicuramente stato altrove, ma gli impegni della vita cittadina, piuttosto che una meteo particolarmente avversa, mi avevano costretto lì. quindi, ragionando per assurdo, potevo autoconvincermi che tutta quella gente che vedevo trafficare la palestra doveva essere lì per quel motivo. e sicuramente in un giorno di sole non ci sarebbe stato nessuno (lol).

oltre a cià era capitato anche che riuscissi pian pianino davvero a interiorizzare il concetto di arrampicata sportiva come un fine, un fine che giustificava e al contempo giustificato dalla logica dell’allenamento. scalare con gente votata in questo senso mi ha aiutato molto a riuscire a vederne la logica, a riuscire a intuire che una linea diretta verso un obbiettivo, che magari era all’esterno, poteva passare attraverso l’allenamento seriale specifico, a secco, su plastica o anche in falesia. lavorare i tiri, ad esempio, era qualcosa a me veramente estraneo fino a poco tempo fa. sono riuscito a inquadrarlo nell’ottica dell’allenamento solo di recente: lavorare per allenarsi, non per chiudere quel tiro! allora sì, diciamo, ho visto un po’ di luce in fondo al tunnel! (ricordo scendendo dal secondo raduno bal il luca V che mi faceva il paragone con le dimostrazioni dei teoremi: non basta capire il passo chiave, che comunque è fondamentale ed è l’obbiettivo: bisogna saper mettere in fila tutti i passaggi dal primo all’ultimo, solo allora il teorema sarà dimostrato. e nel ripetere n volte anche i semplici passaggi algebrici o analitici o chessòio, si interiorizzano anche quelli!)

dopo tutto questo percorso, il risultato era che ero riuscito a comprenderla, questa pratica di consumasi le dita sulla resina, addirittura le ultime volte che andavo a far blocchi riuscivo quasi a divertirmi: avevo cambiato atteggiamento mentale! adesso per me andare a far blocchi era l’occasione di svagare la mente dopo una giornata di studio, vedere gente forte e motivata che mi motivava a sua volta, sciallarmi su un materasso e far due chiacchiere, approfittarne per fare un po’ di stratching, e, soprattutto, divertirmi a provare dei blocchi. già perchè alla fine quello è quello che conta: far blocchi è divertente, e deve esserlo!
sono assolutamente contrario, per politica personale, a fare delle cose che non mi diano piacere, che non mi facciano divertire, per quanto riguarda l’ambito alpinistico/arrampicatorio. tutto quello che faccio deve essere bello e desiderato. inclusi i bivacchi al freddo e al gelo e le sveglie mattutine alle 4 e le discese in doppia col temporale. sono tutte cose scelte da me e che faccio volentieri e che tornerei a rifare! se invece dovessi un giorno mettermi di malavoglia a fare trazioni alla sbarra (ma anche andare a kalymnos una settimana), desiderando essere altrove, ecco, sarebbe la fine del mio alpinismo.

però insomma, dopo tempo e pensieri, ero riuscito a far quadrare in questo raggio anche i blocchi, era la mia occasione per riuscire magari davvero ad allenarmi un po’, per una volta, a non arrivare al solito alla base della via impreparato e sapere di non essere all’altezza delle difficoltà che mi aspettavano. avrei potuto per una volta provare ad “alzare il grado”!! (ahah!!)

e invece no. i fatti della vita mi hanno portato da tutt’altra parte e mi sono sciroppato diversi mesi di astinenza forzata (lì si che ho sofferto la lontananza, anche dalle sale boulder, per quanto fossi l’artefice, pure pienamente consapevole, di quella scelta) dall’attività alpinistica e arrampicatoria. dalle montagne no, visto che ho passato diverso tempo sulle ande, ma a fare altro, a guardare e non toccare, che forse era anche peggio.

insomma, oggi sono entrato al bside e.. ta dan! nei primi dieci minuti tutti i miei ragionamenti di autoconvincimento elaborati negli anni erano svaniti. vedevo questi ragazzotti, tutti più muscolosi e entusiasti di me, che prendevano a schiaffi i muri. e che all’apparenza non avevano proprio l’idea di come si potesse accarezzarla una tacca di granito. sembravano proprio fare un’altra cosa che l’arrampicata. e poi le pareti!: mi veniva, guardando ste pareti, da pensare a una parete reale che avesse quella forma. come sarebbe fatta? avrebbe delle fessure per proteggersi? che granito formerebbe un diedro così perfetto?

per un attimo ho tentennato. ho quasi pensato di scappare. ma non potevo: da un lato il desiderio di mettere le mani su quelle prese c’era, forte e vivo in me. tornare a muoversi appeso alle mie braccia. e poi i dannati impegni extracurriculari (riferito al curriculum alpinistico :D): le lezioni e l’università, domani mattina qua in città, non ci si scappa.

e allora mi sono messo lì, immaginando quei diedri fossero di granito e ho provato a muovere i primi passi. e poi pian pianino, nella testa, ho ripercorso tutto il ragionamento che mi ero dovuto inculcare e che alla fine aveva dato i suoi frutti. e questo, unito alla misera soddisfazione di chiudere qualche blocco (un verde e qualche bianco!! ahah!!) nonostante i mesi di letargo dei miei avambracci, mi ha ridato lo spirito.

dopodomani torno al bside e faccio i 10 ingressi.

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