esplorando gli écrin: dome de neige

a volte basta un accendino per accendere un’idea. un lumicino in fondo alla tua testa.

ci sono un sacco di modi di iniziare un articolo, nella fattispecie questo, che mi vengono in mente. ed è difficile scegliere il migliore. alcuni ne preferirebbero uno, altri un altro. a me che scrivo piacciono tutti e so che ognuno saprebbe dare una diversa sfumatura al racconto.
altrettanti che gli incipit, sono i modi in cui nasce l’idea di una salita nella contorta e sempre confusa mente di un alpinista. ci sono vie che vedi in una foto. altre che leggi nelle pagine di un libro. altre che ti sogni la notte o perchè no, che escono per sbaglio, male interpretando una relazione.

la salita di cui mi accingo a raccontare ha avuto una genesi curiosa. da un lato casuale, dall’altro invece con una bella storia alle sue spalle.

tutto è nato, come dicevo, da un accendino. e dal pesante accento bergamasco che incombe, volente o nolente, sul mio maccheronico inglese col quale mi accingo a chiedere un accendino a quella che è probabilemnte l’unica persona che passa, in quell’istante, nel raggio di qualche chilometro da noi: “sorry, ‘ve you got a laitèer?”

già, ho comprato il jet boil nuovo nuovo, ma ho preso la versione super base, senza neanche l’accensione piezoelettrica, che te la facevano pagare come un altro jet. e allora siamo qua, spersi in questa assai imponenete valle nel cuore del massiccio degli ecrin e non c’è traccia di scintille che accendano il gas.

la risposta è secca e super amichevole, e soprattutto in italiano convinto, senza traccia di dubbio sulla mia possibile provenienza: “ce l’ho ce l’ho l’accendino!!”. mi guarda sorridendo e finalmente lo vedo in viso: è una faccia nota!: carlo è un “abituè” del bside e degli ambienti torinesi. l’avevo conosciuto in un’occasione nella quale, più che stavolta, era stato provvidenziale nel cavarci da una possibile situazione parecchio scomoda, quando io e il gyppa salivamo verso il mongioie totalmente ignari dei metri di neve cui andavamo incontro.

così intanto che l’acqua bolle facciam due chiacchiere: loro scendono dall’auguille dibona, dove noi pensavamo di andare domani. ci facciamo suggerire la vietta per il giorno dopo (che faremo: “visite obligatorie”, molto bella) e in più parlando del meteo e delle condizioni che fanno schifo carlo ci parla di questa via dibona al dome de neige. dice che ha sentito di gente che l’ha fatta nei giorni precedenti e parrebbe essere in condizione, nonostante sia una salita di misto abbastanza invernale e fossimo a metà agosto. dome de neige des ecrin? per noi, centralisti filorientali, che guardano volentieri ad occidente ma non vedono oltre la barriera alpina italica, questi posti sono tanto affascinanati quanto sconosciuti (lo sono per il tito figuriamoci per me!!): ottimo, daremo un’occhiata! li salutiamo e loro se ne tornano verso briancon a scalare al sole sul bel calcare dei cerces.

facciamo la vietta alla dibona per orientarci un attimo (e assaggiare lo stile degli avvicinamenti della zona) e poi andiamo a curiosare all’ufficio guide, dove troviamo il tracciato di questa dibona, che sembra parecchio interessante: cercavamo giusto una bella girata un po’ in alto, senza tribolare troppo! (!!).
cerchiamo di raggranellare qualche info ma all’ufficio guide sono muti come pesci francesi, e ancor meno sono intenzionati a dispensare info su condizioni o meteo. qualche tacca di wifi al bar però ci permette di intravedere la finestra di due giorni di bello in arrivo e allora decidiamo di andare. a caso. perchè dove è passato dibona sarà abbastanza evidente. pensiamo.

così zaino in spalla e tenda in zaino andiam su nel vallone di bonne pierre.

e la mattina dopo verso le 4, alla luce delle frontali (o meglio della frontale del tito che illumina 10 volte più della mia), siamo sotto la terminale. sotto, già, visto che è un muro strapiombanteinclinato a 45 nella direzione sbagliata: piombaincombente sopra di noi!! ma il tito, gasato dalla cosa, messe due ottime viti psivologiche nella neve compressata, con una pompata la passeggia. mi recupera, poi parte come un treno per il canale soprastante: di qui in poi un bel couloir di neve perfetta per 700 metri ci attende, pronto a prosciugarmi le energie! saliamo a tironi/conserva a seconda delle condizioni del ghiaccio fino alla muraglia in cima.

qua il gioco si fa parechio duro, io sono abbastanza distrutto e lascio andare il tito che non lo ferma nessuno e macina un due o tre tirelli di misto, ma misto quello vero, con le placche lichenose di spalmo da fare coi ramponi stringendo tacche, con passi di incastro di guanto su blocchi tenuti li dal ghiaccio, e soste da chiodare e inventare su blocchi di roccia di buona qualità ma un po’ poco soldati tra loro.

arriviamo a quello che sembra un muro roccioso parecchio in piedi, dopo l’ultimo bellissimo tiro di misto sul quale abbiam trovato delle corde fisse. il tito parte senza ramponi e trova anche un paio di chiodi. sosta dopo una quindicina di metri dopo aver fatto quello che sarà uno dei tiri di quinto che (pur scalandolo da secondo) ho trovati più precari nella mia vita.

la via quindi segue un bellissimo diedro di ottima roccia, che termina in una bellissima candelina di ghiaccio di qualche metro a 90, che si sale bene sfruttando anche la roccia intorno.

io non vedo, e il tito sale, mette e toglie i ramponi, mette viti da ghiaccio, chiodi, friend, nut… fortuna che non ha portato il suo nuovo bulldog (attrezzo scozzese a forma di becco da martellare in fessure ghiacciate nda) se no erano cazzi.

alla fine ancora un paio di tiri su roccia parecchio instabile ed esposizione notevole, ci accompagnano verso l’arrivo del sole e l’arrivo nostro alla cresta.

di qui qualche tiro facile ma molto bello (per quanto il mio fisico mi stesse a questo punto per abbandonare) di cresta ci porta verso la vetta, che è una vera vetta: dall’altra parte la normale è tracciata:

che spettacolo arrivare da questo versante ombroso e selvaggio, battendo traccia sulla crestina intonsa, e incontrare la traccia, un segno di passaggio umano, siamo tornati nella civiltà! (nonostante le 6 orette a piedi che ci separano dalla prima costruzione umana.)

info tecniche:
non sappiamo che via abbiam salito. la guida all’ufficio guide segnava una freccia su di li, senza dire niente in proposito. sicuro la dibona mayer andava a sinistra a metà del canale, anche perchè dove siam saliti ci è parso parecchio duro per il, per quanto fortissimo, dibona. per quanto la scalata non sia mai tecnicamente difficile, la salita è nel complesso molto impegnativa. ambiente veramente austero e varietà dei passaggi fanno passare in secondo piano la qualità della roccia che in qualche punto è un po’ scadente (ma in altri è molto buona). portare due picche e ramponi da misto (la meglio cosa sarebbero forse le due punte verticali per il canale). discesa evidentissima se tracciata, se no meglio avere una cartina ma comunque non presenta difficoltà tecniche.
come logistica noi abbiam tendeggiato sulla morena sia la notte prima che quella dopo.

thanks:
sicuramente al tito che mi ha (al solito) portato a fare una roba parecchio fuori dalle mia portata, e poi sicuramente a carlo e socia che ci hanno ottimamente consigliato.

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