tant par tachèr

a volte vado a camminare. vado per le mie montagne. che, a guardarle bene, non sono delle grandi montagne, anzi, sono poco piu che delle colline forse. ma a me sembrano sempre giganti. e qua in cima mi sento comunque sopra tutto. e guardo il mondo laggiù. guardo il mio paese, quelle strade, quelle case quei posti che vivo quotidianamente, dall’alto, da una prospettiva diversa. e mi sento a casa. mi sento a casa seduto su questo sasso, guardando quelle quattro mura che sono la mia abitazione e residenza. guardo giù e penso, e non solo. penso e sento. mi fermo e ascolto il battito del mio cuore, cerco di cogliere il fluire delle sensazioni. e mi rendo conto di questa sensazione di essere immerso in un ambiente magico e sconfinato. mi sento dentro, inglobato, in queste montagne, sento che mi accolgono, mi abbracciano. e sto bene, tra questi crinali boscosi, queste panciute gobbe di erba sferzata dal vento, queste scoscese scogliere che il mare forse non l’hanno mai visto. ma si sono formate sotto di esso.

me ne sto qua, appollaiato su questa piccola cima. e per alcuni istanti mi sembra di conoscerle come le mie tasche queste montagne. e tuttavia so di essere una perfetto sconosciuto, un puntino infinitesimo, una formica, un misero esploratore illuso di poter conoscere. e ancora una volta rammento a me stesso che non si finisce mai di imparare e di scoprire.

a volte ripercorro i soliti percorsi, saliti millevolte, in salita o in discesa. sui sentieri più battuti capita di incontrare qualcuno, gente del paese di solito. sono anche loro probabilmente assidui frequentatori di queste zone, ma raramente mi vedono. credo perchè spesso mi vado a cacciare negli angoli più nascosti, per le tracce più impervie, sulle orme dei cinghiali. ho una certa attitudine a complicarmi la vita, e quando avrei un comodo sentiero, mi ritrovo comunque a esplorare, ravanare su pendii scoscesi e tracciare nuovi e inutili percorsi. saluto volentieri la gente che incontro, quasi fossero degli ospiti nella mia casa. e anche loro ti salutano di solito. ma devo dire che sono anche convinto che mi salutino per rispetto, forse perchè (per fortuna!?) in montagna usa ancora così. ma non sono sempre sicuro che lo facciano convinti, che siano pronti a ospitare uno straniero nel loro territorio. ho come questa impressione anche, che la gente che frequenta i monti dove vive spesso tenda a fossilizzarsi sugli stessi giri. sempre quelli. a me invece piace molto cambiare. spesso bastano dieci minuti di macchina e ti si aprono decine di nuove possibilità. forse è anche per questo la gente che incontro non mi conosce. ma me piace così, essere uno straniero e al contempo sentirmi a casa. e assaporare tutti i colori e gli scorci delle mie valli. provare tutte le diverse prospettive mi fa cogliere sempre un nuovo aspetto dei panorami, un particolare del lago, un profilo di un crinale. è come quando vai a fare quelle viette di ripiego che le hai già salite mille volte, ma che sono sempre asciutte. e allora le sali di giorno e di notte, col sole la pioggia e in tutte le stagioni. e se la via quella è, tutto intorno cambia. cambia la placca che si ricopre di muschio, cambia colore il bosco in cima, cambia il sentiero a scendere che magari diventa pieno di foglie e infidamente scivoloso. e soprattutto cambia il paese là sotto, che d’inverno e di notte è spento, mentre a primavera, pian pianino si risveglia.

essere uno di passaggio insomma, sentirmi un po’ anche ospite di riguardo, trattato con i guanti. e da parte mia non posso che ricambiare portando il mio massimo rispetto. questo atteggiamento funziona assai, ma spesso la gente se ne dimentica, e crede di essere superiore alla natura. e di poterla maltrattare e sottomettere alle sue logiche tristi e soggiogate dal denaro. atteggiarmi da ospite invece, mi permette di trovare nei boschi rifugio da tutto questo. e riesco per qualche ora a emanciparmi, a liberare la mia mente dagli schemi mentali del mondo moderno. abolisco il tempo stringente, il denaro necessario, l’amore farlocco, gli dei di comodo. e riesco così a meravigliarmi, riesco così a gioire del mio stare libero. riesco così a liberare un po’ la mente e lasciarla libera di vagare, come un cane che vive sempre in gabbia ed è liberato davanti a un prato enorme. libero la mia mente e la lascio correre, dove vuole. e lei va, di onda. va dritta al sodo. e cerca di dare il massimo. e spazia, si interroga sull’amore o sull’esistenza di dio. e io la lascio andare e la osservo compiaciuto. dialoghiamo anche, spesso senza trovare conclusioni. la lascio godere la sua ora di libertà, finchè non è ora di tornare giù nella civiltà. e allora scendiamo a un compromesso: come sempre non le metterò il guinzaglio ma lei, in cambio, cercherà di lasciarmi vivere tranquillo anche in città. senza mettersi, come al solito, a urlare la sua insofferenza allo smog e alla routine. senza provare continuamente a convincermi a scappare dalla giungla di cemento per tornare là nei boschi dove può correre a inseguire il vento.

e alla fine, come lei sa benissimo che non le metterò mai il guinzaglio, io so benissimo che non smetterà mai di urlare. e va benissimo così..  ;D

peace.

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