urban climbing in seville, how to.

oggi tornavo da lezione. come sempre il mercoledì non so cosa fare dopo lezione: potrei andare al corso di spagnolo, ma così ho un’ora buca che non so come riempire. oppure posso sbattermene e tornare a casa, e fare cose. grandi cose da fare in realtà non ne ho, quindi in primis temporeggio. non ho neanche il libro di spagnolo in realtà. alla fine finisco, come spesso mi capita, al ponte di triana, che è giusto di strada ed è perfetto per procrastinare. posso riempire l’ora che mi manca per il corso di spagnolo, oppure farmi venire in mente cose da fare a casa valide per non andare al corso. mi sgranchisco le braccia e inizio a spararmi i traversi del caso. a una certa arriva un tizio, mi saluta, fuma un porrito senza dire una parola, quindi tira fuori una borsa piena di magnesio e inizia, con lo spazzolino in dotazione al ponte, a versare chili di magnesio sulle prese e poi spazzolarle. continua finchè il ponte non è tutto bianco. che già, voglio dire, è sempre bello bianco, e mi chiedevo come cazzo mai era così bianco. oggi l’ho scoperto. ero talmente scandalizzato che mi sono bloccato a guardarlo in maniera ebete. ebete e talmente vistosa che il tipo a una certa non poteva fingere di non accorgersi del mio sguardo e mi dice: mejor ahora no? io non rispondo, dissimulo, faccio ancora due passaggi sotto il ponte, dove ancora non era magnesato e me ne vado allibito. basito. sconvolto. cioè. immaginatevelo. tutti i discorsi sull’imperialismo, materializzati davanti ai miei occhi. ok, è una caso che io sia abbastanza avverso all’uso del magnesio, ma sono proprio le minoranze da rispettare quando si invade e si impone la propria cultura. certo in questo caso ero forse io l’invasore. e sono scappato a gambe levate. chissà che a granate di magnesio non si possano scacciare gli eserciti invasori di donald trump, quando arriverà a conquistare l’europa.

chiusa per un attimo questa piccola parentesi di questo tizio, poveraccio, volevo aggiungere però un pensiero generale sulla genialità dell’urban climbing sivigliano: mai mi sarei aspettato una lezione di stile venendo in andalusia: una lezione politica sul tema arrampicatorio.

in città infatti, c’è si un rockodromo molto costoso dove alla fine si va se si vuole allenarsi. però ci sono altre possibilità per scalare. c’è il ponte di triana appunto, dove si scala su una pessima e sporca arenaria a blocchi, che costtuisce la struttura del ponte; e poi c’è l’alamillo, dove si scala su delle belle presine di resina fisherate ai blocchi di cemento armato prefabbricati che costituiscono la struttura del ponte dell’autovia. nel primo caso si tratta di una zona super centrale (poche decine di metri da torre dell’oro e dalla cattedrale), una zona carina, giusto a fianco del guadalquivir, con miliardi di zanzare e di gente che va a correre. si scala su roccia vera, per quanto squadrata da chi ha fatto i bocchi e ritoccata con arnesi e cemento da chi ha scalato negli anni. è roccia vera lavorata da acqua e vento e ci sono prese che se non altro ricordano bene quelle naturali. e non ti disfano le mani e sono varemente variegate. e per quanto sia sempre terribilemnte sporco e umido almeno metti le mani sulla roccia che è figo. inoltre puoi scalare senza che ti serva nulla: i piedi per una fascia bassa sono buoni, quindi puoi scalare con le scarpe da skate senza problemi. lasci la bici e inizi a scalare. c’è la zona sotto il ponte, iperstrapiombante ma con un traverso scavato di prese buone, che tuttavia a me non attrae mai, vuoi per il mio non essere strapiombista, vuoi perchè scalare in strapiombo con quelle prese umide e senza un materasso dietro al schiena non finsice di convincermi; e poi c’è la paretina verticale dove fare i traversi, con un sacco di presine di dita belle e interessanti, dove con un po’ di fantasia ogni volta riesci a inventarti una sequenza nuova (che abbia una o magari anche due prese diverse dalla volta precedente.. :D). insomma, pro e contro, però meglio che niente!
e poi c’è l’alamillo. costruito tutto, a quanto pare, da dei volontari di un club, che non so che club sia, ne bene cosa sia un club. è uno spazio urbano, sotto un ponte, con delle specie di panchine di cemento e nient’altro. abbastanza fuori, ma non lontanissimo dal centro, è giusto prima del grande parco dell’alamillo e dietro il grande parcheggio della facoltà di ingegneria dell’ETSI (livellone! :D). a differenza che al ponte di triana qua si scala con la corda in linea di massima, mentre come al ponte l’accesso è libero e gratuito a chiunque passi per la testa di andare a tirar due tacche. sembra proprio di andare allo skatepark! talmente libero che a quanto pare parecchia gente viene qua a divertirsi a rompere litroni giusto contro la parete così che sono sempre bestemmie, ma questo è una altro discorso. qua non si può scalare senza scarpette (o meglio, certo che si può se si ha il livello, però sticazzi). si compone di una parete verticale non molto alta (10 m?), un traverso rasoterra molto lungo ideale per allenare la continuità, fatto di belle presine nette, e poi una serie di robe iperstrapiombanti: la volta del ponte vera e propria, dove ci sono una bella sfilza di vie toste, che a metà in poi viaggiano asintotiche verso l’orizzontale, e così facendo risultano belle lunghe, e un paio di sottoscala piu bassini. è tutto al coperto, essendo sotto il ponte e illuminato, così come triana, che però invece, si bagna almeno sulla parete esterna.

questa è la descrizione di quello che c’è. il pensiero è il seguente: scalata libera tutti. da noi ci sono le falesie, che, tocca ferro, per il momento restano quasi semore di libero accesso e gratuito a tutti. (con le dovute eccezioni, si pensi a marone dove mertà falesia è inaccessibile perchè ci stanno le capre del tipo o a onore dove c’è (per ora resta anche se speranzose news dicono che presto sarà liberata) un parco avventura costruito sopra alla falesia che ha impedito per anni l’accesso ad alcuni tiri.). facile quindi, per noi. ma qua, dove non c’è un cazzo di verticale per kilometri e kilometri (si parla di ora abbondante che poi è sempre quasi un’ora e mezza sia per il cerro del hierrro che per estepa) scalare è dura. però la gente si è organizzata e hanno inventato due situazioni come queste, che ti permettono, in qualche maniera, di tenere gli avambracci, non dico allenati, ma quantomeno un po’ stressati, anche senza lasciare capitali al rocodromo o alla gasolinera.

se quindi la spagna era già per noi, per certi versi, in questo ambito, modello utopico, con palestre d’arrampicata fighe e frequentate negli spazi sociali come modello standard, riesce ancora a esserlo, in questo senso, anche in una sevilla completamente pacificata dal punto di vista dell’attivismo politico a fini sociali.
si pensi al riguardo come in italia questo sia, d’altro canto, difficile da raggiungere: anche laddove una piccola palestra nasce con lo spirito giusto, come ad esempio nella pp del gabrio, a torino, che è frequentata e stracazzi, è difficile portarla al regime e al livello delle altre palestre ipercostose della scena torinese.
le cause di questo sono sicuramente in primis la differenza nei mezzi (le prese costano, non ce n’è di cazzi) e di risorse (pagare i tracciatori è qualcosa che in uno spazio sociale non ha senso. però portare i tracciatori negli spazi sociali si potrebbe fare), e in secundis anche sicuramente di gestione (derivanti per lo più dalle prime). però anche, azzardo io, per una questione di mentalità: come mi diceva il mio amico spagnolo gabriel il primo anno che stavo a torino: “è incredibile ma voi italiani, se ci sono due bar e in uno la roba costa meno, in linea di massima andate a quello piu caro.” e mi trovo in generale terribilmente d’accordo. è la storia della genialità della marca: se riesco a diventare figo, vendo a qualsiasi prezzo qualsasi cosa, sia anche uguale alla merda del mio vicino che non è figo. per quanto ovviamente non sia un discorso generalizzabile, e come me un sacco di altra gente, come mi auguro chi legge questo blog, sempre prediligerà andare a cercare il locale piu economico, tuttavia restano i fatti e le palestre che vanno sono quelle costose. perchè poi, quando una palestra va, oggi che l’arrampicata sulla plastica colorata va un sacco di moda nelle città (sempre di mode si parla), si crea un circolo virtuoso postivo che fa di quella palestra un lucroso affare, oltre che, non lo nego, una bella situazione per i climber, che sono spennati ma contenti.

insomma la lezione figa (a qual pro poi, sarebbe da discutere. si vuole alimentare o no una scena arrampicatoria? e ne nascerebbe una scena sana o si continuerebbe ad alimentare la scena malaticcia che abbiamo oggi nelle alpi? e il modello dei club qua come funziona? indagherò..) però, dicevo, una idea potrebbe essere: creare spazi a libero accesso, notte e giorno e pioggia o neve inclusi, dove la gente potesse andare a scalare, magari anche senza materiale.
sul come e dove? parliamone. sul quando fatemi finire qua ste storie. sul con chi invece lo lascio, per citare l’oroscopo di rob brezsny, come compiti per tutti.

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